Anna Karenina

Siamo nel 1874, la Russia Imperiale è in declino e Anna Karenina (Keira Knightley), moglie di Aleksei Aleksandrovič Karenin (Jude Law), importante e rispettato ufficiale governativo, sale sul treno che cambierà la sua vita e la trascinerà con violenza impetuosa verso il destino che è entrato nell’immaginario comune. All’arrivo a Mosca, infatti, Anna conosce l’affascinante ufficiale di cavalleria Aleksej Kirillovič Vronskij (Aaron Taylor-Johnson). Tra i due nasce un amore passionale che Anna decide di rendere pubblico, un amore che inevitabilmente la mette contro il marito, i salotti moscoviti e la sua stessa fragile psiche che, combattuta tra il desiderio di amare Vronskij, sfuggendo dal logorante ruolo di moglie devota, e l’asfissia provocata dal severo giudizio del marito e della società, finirà per cedere. Sullo sfondo della storia principale ruotano le vicende di altre due coppie: quella formata da Kitty (Alicia Vikander) e Konstantin (Domhnall Gleeson), semplice ed onesta, in contrapposizione con le vicende dei protagonisti e la coppia in declino formata da Dolly (Kelly Macdonald), afflitta madre e moglie devota, e Stiva (Matthew Macfadyen), un instancabile dongiovanni nonchè fratello di Anna.
 
Tolstoj, uno degli autori russi più austeri, pedagogogici e moraleggianti, nel suo Anna Karenina getta le basi, ben prima di Freud, della psicanalisi, affronta il tormento interiore di Anna incastonata nella cornice della Russia imperiale della seconda metà dell’800, una società tratteggiata in maniera carnevalesca ed a volte iperbolicamente grottesca a sottolinearne i vizi e le ipocrisie e sempre in contrapposizione con la società contadina, quasi totalmente ignorante dei processi di industrializzazione che in Europa fermentavano in quegli anni. Joe Wright, già regista di “Orgoglio e Pregiudizio” e “Espiazione” (quindi avvezzo alle trasposizioni dei classici della letteratura) riesce a far rivivere in maniera elegante l’atmosfera del romanzo anche grazie all’uso di un espediente geniale: l’uso delle scenografie statiche. Quale modo migliore di rappresentare il dramma di Anna rendendo il film un immenso palco teatrale dinamico e cangiante, agile nei cambi temporali e di location? Il regista con questa finzione scenica barocca e stucchevole, positivamente parlando, riesce a dare una ventata di originalità al film e lo potenzia facendo veramente percepire allo spettatore l’aria che si respira leggendo un romanzo russo. Inoltre, Wright dimostra grande bravura con la macchina da presa esibendosi in alcuni pianosequenza belli come non ne vedevo da tempo, vorticosi e danzanti come il ballo messo in scena nella prima parte del film.
 
Per quanto riguarda gli interpreti, La Knightley, bella ed elegante come sempre, non convince; non riesce a rendere la complessità psicologica del personaggio, utilizzando nel tentativo il repertorio di mossette isteriche già viste (ad un certo punto c’era sullo schermo la Sabina Sperlrein di “A Dangerous method”). Aaron Johnson senza infamia e senza lode, crea un conte Vronskij poco espressivo e troppo orientato sul fascino del belloccio piuttosto che su quello dell’affascinante ed ammaliante conquistatore. Jude Law è invece molto bravo anche se mi sarebbe piaciuto vedere molto più tempo dedicato a Karenin, un personaggio interessante e sfaccettato che vive un dramma interiore non meno grave di quello di Anna.
La colonna sonora del nostro pisano Dario Marinelli, già premio Oscar nel 2008, è grandiosa ma quest’anno non riesce a portare a casa la statuetta, battuto in extremis da “Vita di Pi”. Porta invece a casa il premio dell’Academy Jaqueline Durran con i suoi costumi impeccabili.
 
Oggi non voglio soltanto consigliarvi la visione del film, voglio anche suggerirvi la lettura di un bel romanzo russo. Personalmente non sono un grande amante di Tolstoj quindi non me la sento di indicarlo come prima scelta. Prendete invece un romanzo di Dostoevskij e poi ne parliamo, magari il sempreverde “Delitto e Castigo” o l’immenso “I Fratelli Karamazov”.
La letteratura russa viene considerata dai più un greve mostro da non affrontare. La sola vista dei tomi dei vari Tolstoj, Dostoevskij e Gogol’, tacciati di pesantezza, incomprensibilità e verbosità, provoca attacchi di narcolessia fulminante. Mai pregiudizio fu più superficiale ed errato. La letteratura russa, a mio modesto parere, scava e gratta negli angoli più reconditi della condizione umana con una semplicità disarmante lasciando un profondo segno interiore. Provare per credere.
 

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