All’istituto “Tandoi-Oriani” un incontro sul sessismo e come combatterlo

Nello scenario dell’istituto “Tandoi-Oriani” si è svolto questa mattina un incontro sulla violenza contro le donne; un’occasione per sensibilizzare ancor di più i giovani verso questo tema tanto delicato quanto attuale.

Questo evento è coinciso con la presentazione del libro ” Chiamarlo amore non si può” dell’autrice Donatella Caione.

Le prime parole dell’incontro sono state quelle della preside dell’istituto scolastico, la prof.ssa Angela Adduci, che dopo aver salutato i presenti e i relatori, ha espresso il suo disappunto per i comportamenti errati adottati dalle adolescenti attuali che credono di conquistare rispetto e popolarità “indossando abiti sempre più succinti, fumando e usando un linguaggio scurrile”.

L’intervento della docente Adele Mintrone si è aperto con la descrizione dello spot pubblicitario trasmesso dalla rete tv nazionale in occasione della giornata contro la violenza sulle donne, e che vedeva il susseguirsi di bambine che dichiaravano quale fosse il lavoro dei sogni, tranne l’ultima che affermava: “Io finirò in ospedale perchè mio marito mi picchia”. La prima delle quattro relatrici si è detta contraria a questo tipo di propaganda data l’errata impostazione e la negatività del messaggio veicolato. « Bisognerebbe analizzare il fenomeno della violenza di genere e capire come nasce, perchè esiste, chi sono le vittime, e poi studiare le possibili soluzioni per comunicare con lo scopo di sensibilizzare e non quello di trasmettere l’idea negativa del sicuramente da grande sarò picchiata». Ha inoltre affermato che per debellare questo problema,  oltre a rivolgersi ad associazioni ed istituzioni, bisogna cambiare il soggetto d’indagine e il destinatario delle comunicazioni sociali ; bisognerebbe rivolgersi anche all’uomo per comprendere le motivazioni che lo hanno portato a compiere quel gesto violento e per cercare di attuare una sorta di rieducazione. Conclude dicendo che «l’amore non è violenza, la violenza non la si può confondere con l’amore; perciò sarebbe interessante trovare l’ultima battuta per sostituire l’orrenda frase messa in bocca a quella bambina nello spot» e ringraziando l’autrice per il lavoro che sta svolgendo.

A prendere la parola è proprio Donatella Caione che fa partire la proiezione di un video dal nome “Come una ragazza” si evidenzia come “fare le cose come una ragazza” sia spesso inteso come uno stereotipo che sfocia nel pregiudizio, e di come invece debba essere motivo di orgoglio per le donne che devono comportarsi con naturalezza senza influenze negative. Pregiudizi che come si è potuto evincere dal video non sono percepiti dai bambini e non sono insiti nell’essere umano dalla nascita, ma si insinuano durante la crescita a causa di condizionamenti sociali e culturali.

L’autrice ha mostrato tramite una presentazione l’etimologia della parola stereotipo ed i principali preconcetti usati nell’ambito della comunicazione, che incidono poi nelle relazioni, nell’affettività e nel rapporto fra uomo e donna. Lo stereotipo agisce selezionando alcuni tratti per de-individualizzare dei soggetti e unendoli in gruppi categorizzandoli per sesso, nazionalità, etnia, e persino area geografica (come il nostro nord contro sud). L’autrice afferma che «gli stereotipi esistono perché sono funzionali; servono a vendere dei prodotti, manipolare le scelte e sono spesso usati per fare del male, per esprimere intolleranza, razzismo, antisemitismo o sessismo».

Tra i fattori che contribuiscono allo sviluppo di stereotipi c’è principalmente il linguaggio, quello che usiamo quotidianamente e “che nasconde il femminile, che non nomina le donne.” Diversi sono i termini indicanti una professione od un incarico istituzionale che tutt’ora non rendiamo al femminile; ciò è dovuto al fatto che queste mansioni fino a qualche anno fa erano ad appannaggio degli uomini, per cui una declinazione al femminile di tali sostantivi non è di uso comune. Caione ha poi fatto l’esempio del termine governante, che a causa di un preconcetto insito nella mentalità comune, assume una valenza ed un significato diverso se declinato al maschile o al femminile, indicando nel primo caso un membro del governo e nel secondo la collaboratrice domestica; perciò “bisogna utilizzare il linguaggio correttamente affinché il mestiere declinato al maschile non indichi necessariamente una carica di maggior prestigio rispetto ad una sua declinazione al femminile”.

«Per dare visibilità alle donne -prosegue l’autrice- si possono sostituire quei sintagmi, quelle espressioni quotidiane che tendono a dare una prevalenza del genere maschile».  L’autrice ha rivelato inoltre che la desinenza -essa/-esse (come ad esempio studentessa, contesse) non esiste nella lingua italiana, ma rappresenta una forzatura dovuta ai titoli nobiliari, in quanto le donne non ne avevano uno proprio ma lo acquisivano dal consorte; altro motivo per cui è errato usare il termine studentessa è dovuto al fatto che studente è un participio, e che esso non si declina per genere.

Altre espressioni di sessismo illustrate nella presentazione sono state i proverbi che usiamo tutt’ora e che esprimono dei preconcetti come “donna al volante, pericolo costante”; gli insulti, che se rivolti ad una donna fanno riferimento alla sessualità; l’educazione sessista, che vede ad esempio gli adulti fare una distinzione di regalo ( come la cucina giocattolo per la bambina e le costruzioni per il bambino) oppure una distinzione di sport tra quelli maschili e femminili.

Spazio anche per le altre due relatrici di questo incontro, le avvocate Roberta Schiralli e Stefania Lasorsa, membri del centro anti-violenza “Riscoprirsi” che opera anche nella nostra città. Il loro contributo è iniziato con l’affermare che la lotta per i diritti delle donne è passata anche dall’eliminazione delle leggi sul “delitto di onore”, che fino agli anni ’80 rappresentava un’attenuante per chi compieva uxoricidio per motivi di gelosia, e di quello che era lo “ius corrigenti”, il diritto del marito di correggere tramite la violenza fisica dei comportamenti non ritenuti coerenti con quella che era l’idea della moglie perfetta. L’avvocata Schiralli però sottolinea che strascichi di questa mentalità obsoleta siano presenti ancora tutt’oggi negli articoli di giornale, in cui si tende quasi a giustificare le azioni violente dell’uomo con i raptus, la gelosia, l’aspetto fisico della donna e il suo abbigliamento (nel caso delle molestie o degli abusi),o a dare una percezione positiva dell’imputato sottolineandone magari l’elevato prestigio o paragonandolo, come nel caso di un articolo mostrato nella presentazione, ad un personaggio cinematografico che nell’immaginario comune rappresenta un esempio positivo. Questa tendenza a giustificare l’uomo per le proprie cattive azioni si ripercuote anche in aula di giustizia dove, a detta delle avvocate, questa risulta una delle più frequenti tecniche di difesa del legale dell’imputato.

E’ ancora l’autrice a prendere la parola illustrando un’immagine in cui si proponeva una frase che sostituisse quella pronunciata dalla bambina al termine dello spot, ovvero  «quando sarò grande sarò una donna libera, pretenderò da ogni uomo il rispetto e perseguirò i miei sogni e desideri». Caione si è scusata con i ragazzi perché ha «il timore che loro si sentano messi sotto accusa durante questi incontri,  ma non è detto che tutti gli uomini siano destinati ad essere violenti, ma ciò dipende dall’educazione, dai messaggi dei mass media, dai martellamenti fatti nei loro confronti sin da piccoli con espressioni come “non devi fare la femminuccia”, “non piangere”, “non giocare con la bambola”, che contribuiscono ad identificare alcune azioni come prettamente femminili».

A conclusione del suo intervento, l’autrice ha presentato “Disamorex”,un allegato del libro presentato che ha l’aspetto della scatola di un farmaco, e che contiene il classico “bugiardino” e le “indicazioni terapeutiche”, consistenti in delle liste di domande divise per tipi di violenza che sono volti a far riflettere l’individuo e a portarlo a reagire, ricorrendo anche ai numeri utili indicati in uno dei biglietti per ricevere dei consigli o per avere indicazioni sul centro anti-violenza più vicino.

L’incontro si conclude con le riflessioni di due studenti che ritenevano giusto parlare anche dei casi di violenza subita dagli uomini, e dichiaravano la necessità di attuare questa “rieducazione” non solo nei confronti dei ragazzi, ma anche degli adulti, affinché si agisca per modificare la mentalità.

 

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Matilda Editrice (@Matildaeditrice)

Grazie del completo e ottimo resoconto! Donatella Caione

stefano schiavon
stefano schiavon
3 anni fa

La ” rieducazione” dovrebbe anche coinvolgere le donne, poiché anche loro sono autrici di violenza. Ma di questo si tace. Non ci sarà pace senza giustizia