Addio a Dario Fo, l’Italia perde il suo Eterno Giullare

“Fra le righe” è la nuova rubrica de Lo Stradone in collaborazione con l’Associazione Culturale FORUM DEGLI AUTORI di Corato e si pone l’obiettivo di disquisire e riflettere su letteratura, cultura e società assieme ad eccellenze del nostro territorio quali i membri del Forum degli Autori, creando un filo diretto di discussione e condivisione col lettore.

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di Antonio Montrone

dario fo213 ottobre 2016: l’universo del teatro italiano si veste a lutto.

Per Dario Fo – eminente rappresentante dell’illustre panorama del palcoscenico italiano, per noi che in quel settore viviamo e operiamo – abbiamo indossato quello che una volta veniva definito “il lutto stretto”.

E forse il nostro eclettico, invidiato e invidiabile attore, autore, artista, pittore, da lassù si starà sbellicando dalle risate, soprattutto osservando quelli come me che non hanno mai preso in estrema simpatia, eccezion fatta per alcuni testi, le sue opere, ma che, comunque, gradite o meno, sono opere che resteranno nella storia del teatro italiano nei secoli dei secoli.

Ecco: un po’ come Goldoni forse, dalla cui arte Dario Fo aveva tratto degli spunti notevoli per le sue messe in scena.

Vide la luce a Leggiuno Sangiano – in provincia di Varese – novant’anni fa, esattamente quando asserire di voler dedicare la propria esistenza al palcoscenico significava rischiare una scomunica.

In origine, il Nostro, ebbe a rivelare eccezionali doti mimiche nei suoi esordi teatrali e tentò la strada cinematografica interpretando “Scuola elementare” nel 1954 sotto la sapiente regia di Alberto Lattuada, per successivamente, con Carlo Lizzani nel 1956, assumere il ruolo di regista e sceneggiatore nel film “Lo svitato”.
Ben presto però si rese conto che il suo talento comico-satirico non si addiceva al cinematografo e le sue apparizioni sul grande schermo si diradarono, mentre – per contro – in teatro le sue farse politiche ottenevano sempre più maggiori successi.

Nel 1961 arriva in televisione con un programma intitolato “Chi l’ha visto” e successivamente, con Franca Rame, gli viene affidata la conduzione di “Canzonissima” – uno dei programmi allora più seguiti dal pubblico televisivo, ma che è costretto ad abbandonare dopo poco a causa di una serie infinita di “divergenze e ideologiche” con la dirigenza RAI dell’epoca.

Negli anni a seguire e dopo una assenza di oltre due lustri, Dario Fo ricompare sul piccolo schermo, ma va subito in forte polemica con Pietro Chiambretti e quindi, ancora una volta, abbandona la televisione ed è quella l’occasione in cui comprende che il piccolo elettrodomestico di cui tutti disponiamo non è consono alle sue caratteristiche, a quelle caratteristiche di “eterno giullare”, come amava definirsi.

Gli studi fatti presso l’Accademia di Brera, le prime prove del cabaret e la sua formazione particolarmente poliedrica lo portano  ad immergersi nella sua comicità clownesca derivata proprio dalla tradizione popolare giullaresca e dalla Commedia dell’Arte, non prescindendola  dalla satira politica. E per questo basti pensare a “Settimo: ruba un po’ di meno”, “Morte accidentale di un anarchico”, “Ci ragiono e canto”“Non si paga, non si paga”.

Per i suoi testi, per la sua satira politica e per alcune apparizioni pubbliche nel corso delle quali non disdegnò di denunciare e di ironizzare sul malcostume demagogico che si stava appropriando dell’Italia, in una Italia dell’epoca clericale e bigotta, ebbe anche dei guai con la giustizia.

Da oltre vent’anni a questa parte ebbe l’intuito di reinventare una vera e propria lingua, “il grammelot”, idioma creativo ibrido dei diversi dialetti dell’Italia settentrionale, rivitalizzando così la vena comico-farsesca dei tempi precedenti.

A conferma del successo internazionale dei suoi testi, nel 1997 fu insignito del premio Nobel per la letteratura.

E così, con un bel po’ di testi, di messaggi, di insegnamenti e, soprattutto di maestria teatrale, Dario fo ci ha lasciati e lo ha fatto – come nel suo impareggiabile stile – con una nota di ironia e di satira esplicitata non più di un mese addietro: “Se mi capitasse qualcosa, dite che ho fatto di tutto per campare”.

Un vuoto, insomma, che per decenni si potrà respirare dietro le quinte dei palcoscenici per tutti coloro – me compreso – che del grande artista abbia interpretato anche un piccolissimo brano.

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