“Abbiamo da offrirgli il nostro amore”, Ai Lati musica e progetti

I Medison portano in scena "Indivisibili" nella seconda parte de Ai Lati

«Gli ultimi giorni parlava anche due ore di fila. Noi cercavamo di svuotarci del tutto per accogliere quanto più di suo». È la storia di una famiglia che ha accolto per le vacanze un ragazzo della Costa d’Avorio, una storia di continua scoperta, di apertura e di incontro. Comincia così Ai Lati, una serata di riflessioni e di progetti. 

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Gardenia Casillo e Pierluigi Amodio, organizzatori de Ai Lati

È la storia di Gloria e Danilo di Castelluccio di Mantova, la storia straordinaria quanto normalissima che ieri sera ha introdotto “Ai Lati, storie di migranti per costruire un’accoglienza migliore”, un evento promosso da fondazione Casillo e Rotary Club.

Una serata di riflessione sul tema dell’accoglienza, dello scambio e del confronto, in cui alle parole è seguito un esempio concreto di integrazione riuscita, realizzatosi nell’intreccio di un sodalizio artistico. Conferenza, musica e danza, dunque. Sono stati questi i momenti chiave di Ai Lati. Protagonista il progetto dell’AMU, Associazione Mondo Unito ispirata dai principi del Movimento dei Focolari, portato per la prima volta in Puglia da Gardenia Casillo (fondazione Casillo) e Pierluigi Amodio (presidente del Rotary Corato), cui ha fatto seguito il musical “Indivisibili” dei Medison, per la prima volta portato in scena sulle tavole del teatro comunale.DSC_0038

Per una felice combinazione di eventi oggi si celebra la giornata mondiale del rifugiato, circostanza che accende ulteriori riflessioni su un tema già di per sé all’ordine del giorno: sono 190mila circa i migranti che nel 2016 hanno sfidato il Mediterraneo. Al netto di questo numero ci sono i minori stranieri non accompagnati, 20100 secondo l’Unicef. Per questo «è necessario fare sistema oltre l’accoglienza, superare i rischi di indifferenza o polarizzazione, così come quelli del sentimentalismo e del pietismo spicciolo o persino delle parole d’odio».

In cosa consiste il progetto AMU, “Fare sistema oltre l’accoglienza”? «La particolarità del progetto è di formare ed educare i ragazzi al lavoro, siano essi migranti o anche minori italiani con difficoltà giudiziarie, seguendo i loro interessi, gli orientamenti e le passioni. Dare loro il supporto di una famiglia o di una rete di famiglie» spiega l’avv. Flavia Cerino, responsabile del progetto.

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Flavia Cerino (a sinistra) e Valeria Lobello (a destra)

Funziona così: ai minori non accompagnati, quei fanciulli “tre volte indifesi perché minori, inermi e stranieri” come ha osservato in un recentissimo messaggio Papa Francesco, e agli italiani destinatari di provvedimenti giudiziari si offre la possibilità di formazione e tirocinio formativo presso aziende per inserirli in contesti lavorativi sani che possano lasciar loro aperte le strade del futuro e della speranza. Nella scorsa edizione sono stati formati i ragazzi per le mansioni di magazziniere, ma è solo l’inizio. Il progetto, nato in Sicilia, presto si estenderà su tutto il territorio nazionale.

A ciò si aggiunge la possibilità del supporto familiare, per favorire la reciproca conoscenza ma soprattutto per trasmettere ai ragazzi quell’amore di cui tanto necessitano. Spiega infatti la dott.ssa Valeria Lobello: «In seno al progetto anche per brevi periodi si può avere la possibilità di ospitare un ragazzo. 5 sono stati in giro per l’Italia per le vacanze, arricchendo le famiglie di una bellissima esperienza. Portando in casa quello scambio e quella conoscenza che da dietro un televisore non si possono cogliere».

Un primo bilancio? «Senza dubbio una grandissima fatica, ma quella è passeggera – spiega sorridendo Flavia Cerino – Questo progetto è partito con tantissima buona volontà. Un ragazzo che cresce ha bisogno di lavorare e formarsi. Ora ci stiamo allargando verso l’Italia e anche i ragazzi devono trovare il coraggio di mettersi in gioco. All’esito dei tirocini formativi alcune aziende stanno iniziando ad assumere, su 18 del primo gruppo già 3 sono assunti a indeterminato. Quando un ragazzo vale, s’impegna e serio, anche nel profondo della Sicilia le possibilità di lavoro onesto ci sono».

Come sostenere il progetto? «Quello appena passato è stato l’anno zero, in cui il progetto pilota è stato aiutato da fondi privati, dell’Amu, dell’onlus Azione Famiglie Nuove, di aziende e partner siciliani, che hanno voluto metterci qualcosa di loro. Ora ci sono bandi pubblici vinti, ma chi volesse supportare può cercare per noi posti di lavoro, imprenditori disposti a partecipare al progetto, famiglie disposte ad accogliere un giovane per avviare percorso di integrazione».

Fondazione Casillo e Rotary Club sul nostro territorio si porranno come collettori di supporti economici. È questo il segreto di Ai Lati. «Con l’appoggio dell’amministrazione comunale per il 24 febbraio alle ore 17 presenteremo in maniera più estesa il progetto “fare sistema” presso la biblioteca comunale» annuncia Gardenia Casillo prima di lasciar spazio alla musica.

"Mare nostro, che non sei nei cieli e abbracci i confini dell'isola" (Erri de Luca)
“Mare nostro, che non sei nei cieli e abbracci i confini dell’isola” (Erri de Luca)

Un progetto che mira a fondere chi arriva con chi già c’è, ad unire le speranze per un futuro più felice. Quasi a rendere indissolubile il rapporto tra ospite e ospitante. Indivisibili, appunto. Una fusione che ad oggi sembra utopistica, ma che “Dai tempo al tempo, tutto arriverà” come la stessa musica dei Medison suggerisce.

Indivisibili è la seconda parte di Ai Lati, è uno spettacolo originale, non ha una vera e propria trama, ma è un’ensamble di episodi, di momenti di riflessione che nascono in larga parte dall’esperienza degli stessi protagonisti. Indivisibili è un esperimento che si rinnova, una scommessa costante ma anche un violento schiaffo in guanto di velluto al comune sentire e al senso di pietismo largamente diffuso.

DSC_0089Indivisibili può non essere compreso nella sua interezza alla prima visione, forse i suoi autori non si sono nemmeno posti questa necessità. La bellezza versatile di questo spettacolo sta nel lasciare sciolti gli ultimi fili della treccia in modo che ciascun spettatore possa completare la trama con le proprie personali esperienze. Gli spunti evocativi non bisogna cercarli. Sono offerti su un piatto d’argento. Possono trovarsi nella musica, in un particolare gesto o passo di danza, negli occhi e nella voce degli attori, negli occhi di Sam o di Ibra, giusto per citare solo alcuni degli ospiti del centro di accoglienza di Bisceglie che hanno offerto la loro voce per questo spettacolo.

Indivisibili cerca di far capire che su quei barconi ci siamo tutti, indistintamente, sotto quelle coperte termiche l’abbraccio è fraterno, e ciò avviene quando non è più l’Io “questo piccolo pronome al centro di ogni discorso, dell’universo”.

Indivisibili insegna che basta un gesto cortese per tramutare il rancore in speranza, basta un “come ti chiami?, come stai?” per ridare dignità a un’esistenza in balia del vento e del moto ondoso di una società che fa di tutto per ignorarla.

Le esperienze raccontate non sono romanzate, non sono finzione da palcoscenico. Hanno la forza dirompente della vita vissuta, della pelle sudata, degli occhi umidi. Le storie di viaggio, di umiliazione, ma anche di speranza si contrappongono all’accoglienza un po’ banale e distratta, facilona e guidata dalla curiosità e dalla bramosia di sapere prima ancora che dall’amore.DSC_0167

«Durante il mio viaggio ogni giorno a sera non sapevo cosa mi avrebbe riservato il giorno successivo – narra Sam, dal Pakistan – Imparare a stringere i denti diventava l’unico modo per respirare. Nessuno da quando ero partito si era preoccupato di chiedermi come stessi. Quando l’ho fatto io ho trovato un amico». Quando appena sbarcato un volontario gli ha chiesto “Ciao, come stai? Hai fame?” la vita materiale di Sam non si è certo trasformata, ma si è riattivata in lui «quella strana capacità che abbiamo di continuare a donare anche quando pensiamo di non avere più nulla».

Dopo Ai Lati si esce da teatro con un pizzico di libertà in più. Con la possibilità di un approccio libero, che abbatta i pregiudizi. «Chiedere la loro storia è avvincente, come se lo scrittore stesso leggesse il suo libro – racconta Nicla Serena mettendo spalle al muro la superficialità del comune approccio -. Per loro è tutto. È come se improvvisamente qualcuno li obbligasse a rinascere in un altro posto. Quando gli chiesi per la prima volta di raccontarmi la traversata Ibra mi aveva risposto di no, con gli occhi lucidi». Quel pianto soffocato è lo strappo di un cielo di carta in un universo ovattato. Una doccia fredda che riporta con i piedi sulla Terra, la stessa condivisa con chi ha i piedi dolenti per il lungo viaggio, e che anche solo per questo la conosce meglio di noi.DSC_0176

[quote font=”trebuchet” arrow=”yes”]«Mi sono resa conto della mia superficialità e di come la loro vita aveva affinato la loro sensibilità. Dopo tanti rendermi conto è stato lui a venire da me e volersi raccontare. Ho voluto fare un percorso, perché la libertà quando arriva si dimentica delle barriere e vede solo il presente».[/quote]

Nella sua imponente incantata maestà il sipario del Ponticelli torna giù, e sullo sfondo di quello che fu un violento scontro di civiltà, all’epoca unico mezzo per l’affermazione della dignità di popolo, ci si catapulta in un altro altrettanto violento incontro. Quello tra i retaggi, le preoccupazioni della vita quotidiana, le strumentalizzazioni, le paure più o meno lecite e i pregiudizi e, dall’altra parte, la gente venuta dal mare, inerme e dotata solo della propria vita, alla quale, come affermano Gloria e Danilo da Mantova «Abbiamo da offrire il nostro amore». E il progetto Ai Lati continua.

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