Il racconto dell’insegnante Francesco Saverio Arbore riprende dalla mattina del 23 settembre, giovedì. Dopo l’attentato al maresciallo tedesco, la paura della fucilazione e il successivo bombardamento su Corato, stava per cominciare l’ultimo giorno di prigionia per i dodici ostaggi coratini. Ma sarà un giorno ricco di colpi di scena e, intanto, gli inglesi sono alle porte di Corato e i tedeschi preparano la ritirata. Fumo si innalza dalla città.

23 settembre, 1943. Andria, ore 9:00 circa – UNA STRANA ATMOSFERA. «Ricominciammo i nostri lavori del giorno prima, mangiammo e bevemmo dell’ottimo vino bianco trafugato da chissà quale cantina, ma i tedeschi sembravano cupi e accigliati. Cosa succedeva?» Succedeva che le truppe inglesi, rotti gli indugi, si stavano velocemente avvicinando. Tutto faceva presagire una imminente fuga da parte dei tedeschi. Che ne sarebbe stato degli ostaggi?

Ore 10:00 – FARE STRADA DUE ORE? Di ritorno, più precisamente di passaggio probabilmente dopo uno scontro con gli inglesi, il solito tenente si avvicinò al gruppo e disse: «Fare strada due ore?» «Certo, tenente» gli rispose Arbore a nome di tutti. E l’ufficiale, così come era arrivato, andò via senza dire più una parola.

Un'istantanea dell'operazione Slapstick nelle Murge. A pochi km di distanza gli ostaggi coratini prendevano la via di casa
Un’istantanea dell’operazione Slapstick nelle Murge. A pochi km di distanza gli ostaggi coratini prendevano la via di casa

Ore 12:00 – L’AMBASCIATA. Tornato due ore più tardi, con una 500 Fiat carica di vino e di liquori, il tenente fu avvicinato da Francesco Saverio Arbore, esortato dai compagni di sventura a prendere la parola e chiedere un lasciapassare per poter tornare a casa dalle famiglie che sicuramente li piangevano già per morti. «Il tenente accolse la mia esortazione, ma ci obbligò prima a mangiare la minestra» si legge nel racconto di Arbore, un episodio quanto meno curioso per dei prigionieri in un esercito in ritirata, che può oggettivamente far pensare ad avvisaglie della sindrome di Stoccolma. «Alle ore 14 il primo gruppo di 6 ostaggi, munito di lasciapassare, doveva tenersi pronto per Corato. Detto gruppo era formato dai più anziani e di conseguenza c’ero anche io. Gli altri dovevano muoversi a un’ora di intervallo. Avevamo progettato di prendere le strade interne per tema di essere ripresi, ma ci fu obbligato di tenere sempre la strada maestra, ossia la nazionale».

Ore 14:00 – CENTO A UNO. Giunto l’orario il gruppo era pronto. Così li ammonì il tedesco: «Dite al potestà che per ogni tedesco ucciso 100 coratino sarebbero stati fucilati e la città bombardata». Fu pronta la replica di Arbore: «Assicurai che avrei ottemperato all’ordine e ringraziai della loro clemenza a nostro riguardo».

Ore 14:10 – SI PARTE. Sotto un sole cocente, scamiciati, dimagriti, con la barba incolta, il primo gruppo di sei prigionieri prese la via per Corato. Per l’emozione divoravano la strada passo dopo passo. Di tanto in tanto una camionetta o una motocicletta li oltrepassavano, poi tornavano indietro, controllavano i lasciapassare e andavano via.

Ore 14:45 circa – FUMO DA CORATO. Percorsi circa 4 km, il gruppo di ex ostaggi intravide lo skyline della nostra città, ma da essa si levava una densa colonna di fumo nero e biancastro. Improvvisamente il panico, ben reso dal ricordo di Arbore: «Cosa sarà? Forse i tedeschi avranno messo a ferro e fuoco la città? Che facciamo? Attraversiamo i campi? E se i tedeschi ci scoprono? Ci ammazzeranno? Coraggio ragazzi; Iddio ci assista».

Nel frattempo, a Corato – REGOLAMENTI DI CONTI. Secondo quanto narrato dal Molinini, nel primissimo pomeriggio del 23 settembre alcuni antifascisti giunti insieme agli inglesi, ai quali si era aggiunta “un’accozzaglia di predatori e scalmanati” dalle città limitrofe, assalirono le istituzioni cittadine del passato regime, quali per esempio la GIL (attuale scuola media Santarella), l’esattoria comunale, l’ufficio per il razionamento (a pianterreno del palazzo di città), la Casa del Fascio e abitazioni private di esponenti in vista del fascismo locale, o ritenuti tali. Pare che ci fu anche un omicidio, più precisamente un regolamento di conti. Sull’extramurale, all’incrocio di via Ruvo, tale Alfredo Piccione, reduce della guerra civile spagnola combattuta nelle file della Milizia Volontaria, fu riconosciuto dagli antifascisti mentre assisteva all’ingresso degli inglesi in città. Accerchiato, fu colpito a morte da una bomba a mano dalla colluttazione che ne seguì. Lo scoppio ferì anche l’ingegner Domenico D’Avella, agente segreto in missione per conto del Re e di Badoglio al seguito degli inglesi, in transito in quel tragico momento.

Ore 15:15 circa, Epitaffio della Disfida – ARRIVANO GLI INGLESI. Sullo sfondo la città era sempre più vicina, ma giunti nei pressi dell’epitaffio della Disfida di Barletta, i sei ex ostaggi intravidero una colonna corazzata «I tedeschi! Ci ammazzeranno!» gridarono per la paura. Ma ad osservar meglio dalle divise e dalle corazzature si trattava di inglesi. C’erano inglesi ovunque lungo la via, forti di carri armati, motocicli con mitraglieri, cannoncini e “ogni sorta di apprestamento bellico”. «Gridammo la nostra triplice gioia, fornimmo qualche indicazione e riprendemmo più celermente la strada verso casa».

Ore 16:00 circa, Villino Gioia – SCONTRI ANGLO-TEDESCHI. Qualche chilometro più avanti udirono il crepitio di armi automatiche e di colpi di mortaio: una sacca tedesca, accerchiata, si stava scontrando con gli inglesi nei pressi del Villino Gioia. Immediata la preoccupazione per la sorte degli altri cinque ostaggi, che sarebbero dovuti ripartire di lì a breve da Andria. «Il nostro pensiero correva intanto alla sorte dei nostri compagni, non liberi». Che ne sarebbe stato di loro? E se fossero rimasti coinvolti negli scontri?

Ore 16:30 circa – LIBERTÀ. Finalmente l’ingresso in città. La disavventura era finita, senza un graffio e con la paura che si era trasformata in adrenalina. «Ognuno di noi pianse la gioia della propria vita ricuperata, rimescolando le lacrime con quelle dei propri familiari; ma il tragico ricordo è, e rimarrà indelebile nella nostra mente per tutta la vita».

23 settembre 1943, dopo il tramonto – È FINITA PER TUTTI. Il secondo gruppo, composto di 5 persone, non ripartì un’ora dopo il primo, cioè alle 15:00 come previsto. Secondo quanto narra il Molinini, infatti, essi tornarono sani e salvi in città soltanto nella nottata. È plausibile che i tedeschi abbiano ordinato loro di aiutarli nei roghi di documenti e li abbiano rilasciati solo quando, tallonati dagli inglesi, abbandonarono definitivamente la città di Andria.

UNA LETTERA MIRACOLOSA? Si concluse così una storia tragica ma anche particolarmente fortunata, della quale Lo Stradone è in cerca di altre testimonianze per arricchire lo scarno dossier documentale giunto sino ai giorni nostri. Della faccenda, infatti, si è scritto ben poco, nonostante il suo racconto sia spesso circolato in città, tramandato oralmente, talvolta orfano, talvolta arricchito dei particolari. Chi altro, oltre Francesco Saverio Arbore, narrò l’evento? I discendenti degli altri 11 ostaggi si ritrovano in questa cronistoria?

Ci lasciamo con un interrogativo. Perché l’esecuzione non avvenne? Cosa mutò tra la sera del 21 settembre e la mattina successiva? Non è dato saperlo, anche perché non sono stati mai ritrovati (meglio, non sono mai stati cercati) i documenti ufficiali dell’istruttoria. La proverbiale precisione teutonica ci ha tramandato anche i dettagli delle azioni più efferate, registrate con meticolosa dovizia di particolari. Può darsi che indagando negli archivi si riesca a trovare qualcosa riguardo i 12 ostaggi coratini? Chissà, sempre che non sia andato tutto in fumo nei grandi falò del 23 settembre.

Il Molinini, ad onor del vero, a margine della sua ricostruzione e terminata la testimonianza di Francesco Saverio Arbore, formula un’ipotesi basata sulla dichiarazione di un altro sopravvissuto, l’enologo Vito Bosco (colui a cui fu affidata la lettera per il podestà, ndr). Secondo il Bosco «L’esecuzione fu sospesa, a presentazione di una lettera in mio possesso, rilasciatami da Ufficiali Tedeschi, avvalorata dalla tessera fascista – a titolo di onore – per avere una famiglia numerosissima. Per quella lettera e quella tessera mi fu possibile salvare l’Enopolio da danneggiamenti e gli ostaggi dalla fucilazione». La lettera in oggetto fu riportata dal Molinini a pagina 159 del suo volume, senza tuttavia trascriverne il contenuto. La riproponiamo qui di seguito con l’indicazione delle poche parole decifrabili.

Il documento che secondo Vito Bosco garantì la vita agli ostaggi. Si riescono a decifrare queste parole: FUNF (ovvero 5 in tedesco), COMANDI TEDESCO (3^ e 4^ parola), QUI BUONA MOLTO TRATTARSI (6^, 7^, 8^, 9^ parola, TANTE GRAZIE E ARRIVEDERCI (tutto il terzo rigo), SALUTI, MONACO DI BAVIERA
Il documento che secondo Vito Bosco garantì la vita agli ostaggi.
Si riescono a decifrare queste parole: FUNF (ovvero 5 in tedesco), COMANDI TEDESCO (3^ e 4^ parola), QUI BUONA MOLTO TRATTARSI (6^, 7^, 8^, 9^ parola, TANTE GRAZIE E ARRIVEDERCI (tutto il terzo rigo), SALUTI, MONACO DI BAVIERA

In ogni caso è ragionevole pensare che le motivazioni del signor Bosco possano avere in qualche modo influito sulla decisione tedesca, ma non ne possono rappresentare, alla luce del modus operandi teutonico di quei tragici mesi, le cause principali. Il mistero, dunque, è ancora aperto.

Sul numero di ottobre de Lo Stradone la cronologia pubblicata sul web in tre puntate sarà proposta in forma integrale, allargando l’analisi a quello che avveniva, contemporaneamente, nel territorio circostante, proponendo anche alcuni episodi inediti e scoperti dagli storici solo di recente. Perché, in fondo, la ricerca storica è materia viva.

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