Riprendiamo sotto forma di cronistoria il racconto dell’esperienza dei dodici ostaggi in mano tedesca, che avvenne esattamente 76 anni fa. Il 22 settembre del 1943 – era un mercoledì – stava per cominciare il secondo giorno di prigionia come rappresaglia dopo il ferimento di un maresciallo della Wermacht. A far scalpore, in quel giorno, fu la Corato bombardata con l’artiglieria in conseguenza del mancato ottemperamento di un ultimatum. Tutti i dialoghi riportati sono autentici, con la precisione concessa dai ricordi che il protagonista Francesco Saverio Arbore rilasciò all’autore del periodico “La Disfida”.

22 settembre 1943, ore 9:00 – ULTIMATUM. «Cominciammo a bussare perché avevamo assoluto bisogno di rendere libero il nostro corpo. Quando ci fu aperto, sotto la sorveglianza di due sentinelle armate di pistole, ci fu ordinato di pompare acqua dal pozzo». Il signor Bosco, titolare dell’enopolio coratino, fu convocato al tenente tedesco, che gli consegnò una lettera per il Podestà. La missiva, dal tono duro, minacciava di bombardamento la città in caso di mancata presentazione del podestà e ribadiva la promessa della fucilazione dei 12 ostaggi (e della signorina Wiedermann, esplicitamente indicata come spia). Riportiamo qui di seguito la trascrizione fatta dal Molinini.

Corato bombardata l'ultimatum dei tedeschi
Corato bombardata l’ultimatum dei tedeschi

Ore 9:30, LA RICERCA DEL PODESTÀ PARTE 2 E I LAVORI SERVILI – Il signor Bosco prese la via per Corato in cerca del podestà. Non fu di ritorno in Andria e in seguito si saprà che aveva cercato invano il podestà. Nel frattempo ai restanti compagni di sventura furono affidati lavori servili, come pompare acqua, sgusciare le mandorle, lavare i piatti, spennare i polli.

Ore 11:00 – PANE NERO. Un pezzo di pane nero è il misero pranzo. Fetido e poco invitante è rifiutato da tutti.

Ore 12:00 COLPO DI SCENA. Di ritorno alla villa, il tenente che parlava l’italiano, vedendo che i prigionieri non avevano mangiato, diede ordini ai sottufficiali di far pranzare gli undici coratini con pasta bianca (da cucinarsi), bottiglie di pomodori, pane bianco e pane nero, scatolette di carne da 500 grammi e vino primitivo del 1934. Anzi, sottolinea Arbore, dell’ottimo vino primitivo, «trafugato da chissà quale cantina». Sta di fatto che la situazione di colpo cambiò a favore dei prigionieri, senza un acclarato motivo: «Da quel momento la scena cambiò tutta a nostro favore […] ci fu concessa libertà di movimento sempre nell’ambito della villa e dell’orto, sorvegliati a distanza da qualche sentinella che ci faceva il viso fraterno». Nel pomeriggio il secondo colpo di scena: i soldati a riposo tennero compagni ai coratini, invitandoli a cantare “Giovinezza” e Faccetta Nera”.

Nel frattempo in città, ore 16:00 – CORATO BOMBARDATA. Giunta che fu nessuna risposta, i tedeschi misero in atto la rappresaglia. Si appostarono con un pezzo di artiglieria poco dopo la casa cantoniera sulla Corato Andria e di lì sottoposero la città al bombardamento. Si contarono circa quindici colpi da 75 m (dalla forma simile a una bottiglia di vino), che si abbatterono sulla città lungo la direttrice nord-ovest/sud-est, causando per fortuna solo danni alle abitazioni e nessun ferito. La maggior parte dei proiettili di artiglieria cadde nei pressi del vecchio Liceo e lungo l’attuale via De Gasperi. Alcuni raggiunsero anche Palazzo Gioia. Sino a pochi anni fa, passeggiando per le vie del centro, si potevano individuare alcuni punti di impatto sui fabbricati mai più del tutto risanati, ma lentamente caduti nell’oblio. Ad oggi quasi nulla resta della Corato bombardata in quel 22 settembre 1943.

Corato bombardata – il municipio rischiò di saltare in aria il 22 settembre 1943

Corato, ore 17 circa – DINAMITE AL MUNICIPIO. Non paghi, alla Corato bombardata i tedeschi vollero far seguito una Corato senza luoghi del potere. Decisero infatti di far saltare in aria il municipio, che cominciarono a minare con la dinamite. L’azione – per nostra fortuna – non fu però portata a compimento perché gli occupanti furono distolti dall’intento. Pare che ad intervenire fu l’impiegato comunale Domenico Mangione, ma è più plausibile che abbiano desistito a causa di una chiamata in azione nei pressi di Trani, alle cui porte si stavano ammassando le truppe inglesi in avanzamento sulla costa. Un sospiro di sollievo, palazzo San Cataldo era salvo.

Intanto in Andria, ore 18:00 – BARLUME DI LIBERTÀ. A un certo punto un’osservazione severa del tenente tedesco interruppe l’insolito quadretto: «A Corato tutti fuggiti, autorità e cittadini. Risposta alla nostra lettera nulla e il potestà fuggito». Immediatamente calò il silenzio e tornò la paura tra i 12 ostaggi. Riprese il tenente: «Però noi avere vendicato, noi avere Corato bombardata. E adesso, quanto stare lontano Corato? Quante ore camminare?» Gli rispose l’insegnante Francesco Saverio Arbore che la strada era fattibile in due ore circa a piedi. «Essere ore 18, a ore 20 essere coprifuoco e quindi essere pericoloso. Voi stare qua e domani andare a Corato» fu la conclusione del tedesco.

Ore 20:00 – FELICE NOTTE. Dopo i ringraziamenti per lo sviluppo inaspettato, giunto il coprifuoco, i prigionieri furono riportati a dormire nel fienile della notte precedente, sui sacchi e a terra. «Questa seconda notte, invece, fu la più bella della nostra vita. Si ritornava a vivere, si ebbe sonno, ci venne la voglia di cantare. Ci mettemmo ginocchioni e ringraziammo Dio».

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